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L'editoriale di TerzaRepubblica

W la Repubblica, ma....

DOPO 80 ANNI IN CHIAROSCURO LA REPUBBLICA HA BISOGNO DI ESSERE RINNOVATA ATTRAVERSO LA CONVOCAZIONE DI UN’ASSEMBLEA COSTITUENTE

di Enrico Cisnetto - 06 giugno 2026

Giusto festeggiare gli 80 anni della Repubblica. Inevitabile che forti dosi di retorica punteggino celebrazioni spesso ridondanti. Utile se si coglie l’occasione per riflettere su alcuni passaggi della nostra storia e per fare un bilancio di questi 8 decenni di vita repubblicana. Ma soprattutto è indispensabile guardare avanti, uscendo dalla doppia trappola, quella del passato come nostalgia unificante e quella del passato come permanente fattore di polarizzazione divisiva.

Questi 80 anni di storia italiana sono stati pieni di luci, ma non sono certo mancate le ombre. Rispetto al 2 giugno del 1946 il Paese è certamente più ricco, più moderno, più evoluto. Ma allo stesso tempo più depresso, più disincantato, più disamorato della cosa pubblica, sempre meno convinto della concreta capacità della politica di incidere e migliorare la propria condizione di vita, come dimostra il crescente astensionismo elettorale. Ha attraversato momenti di straordinaria vitalità – politica, economica, sociale, culturale – e periodi di drammatica oscurità, dagli anni di piombo alle stragi mafiose, dalle crisi economiche alla degenerazione del rapporto tra magistratura e politica, fino ai tanti nodi irrisolti del sistema politico e istituzionale.

Ma non è questa la sede per approfondire il chiaroscuro di questi 80 anni della nostra Repubblica, che peraltro è mirabilmente descritto da Giuliano Amato e Giovanni Tarli Barbieri nel saggio “Le stagioni della Repubblica” edito dal Mulino (oggetto della War Room di giovedì 4 giugno,qui il link), in cui è stata analizzata l’evoluzione del nostro sistema istituzionale senza occultare i tanti passi falsi, ma al contempo illustrando la capacità del modello repubblicano di superare conflitti, estremismi e tensioni storiche attraverso un processo democratico capace di evolvere se stesso difendendo la Costituzione. Per esempio, uno dei grandi meriti del sistema repubblicano fu quello di riassorbire presto la spaccatura palesata proprio nel referendum del 2-3 giugno 1946, nel quale la Monarchia perse per poco più di due milioni di voti, mettendo in evidenza un paese diviso a metà, tra un Nord repubblicano e un Sud da Roma in giù a larga prevalenza monarchico. Mentre lo stesso non si può dire dell’altra enorme crepa del dopoguerra, quella tra fascisti e antifascisti, ancora presente nell’Italia di oggi, divisa tra nostalgici più o meno palesi e figli della resistenza più o meno massimalisti. Un conflitto che oggi ha preso le sembianze di uno scontro permanente sul passato tra opposti, ma accomunati dal medesimo immobilismo nel presente e da una totale assenza di visione del futuro. Un male che nuoce alla salute della nostra democrazia e rivela l’innegabile difficoltà della Repubblica di rigenerare le proprie istituzioni, con il Quirinale rimasto l’ultimo vero perno su cui si poggia tutto il sistema istituzionale, unico ancora capace di pacificare e unire il Paese.

La politica italiana è profondamente malata. Lo è la sua capacità di rappresentanza, lo sono i suoi meccanismi di (non) funzionamento. Il sistema istituzionale è arrugginito, quando non disfunzionante. La produzione legislativa è lenta e pletorica, spesso inessenziale. Il processo decisionale è rallentato, involuto, ma soprattutto incapace di produrre effetti reali e incisivi. Pur schematico, questo referto è più che sufficiente per trarre la conclusione che intervenire sul sistema politico-istituzionale, anche attraverso modifiche costituzionali, non solo è legittimo, ma indispensabile. Ma per riuscire a realizzarle, le riforme istituzionali, e farle bene, c’è una precondizione, senza la quale nulla è possibile: riformare la politica e il sistema politico. Non che in questi anni siano mancati i tentativi, solo che ci si è sempre affidati a chimere, facili illusioni o, peggio, disastrose forzature. Nella galleria degli errori (e orrori) vanno iscritti a pieno titolo la fine dei partiti tradizionali, il maggioritario, il bipolarismo, la personalizzazione della politica, il leaderismo esasperato, il progressivo deprezzamento e depauperamento del Parlamento, il federalismo verso il basso, il sovranismo come antitesi all’integrazione europea, l’accettazione del ruolo improprio assunto dalla magistratura, i cambiamenti costituzionali non condivisi tra maggioranze e opposizioni.

Ed è proprio da qui che vorrei partire per provare a dare a noi stessi una prospettiva che drammaticamente oggi ci manca. Ormai da molto tempo sostengo che l’Italia abbia bisogno di un ri(costituente), gioco di parole per dire che credo opportuna e necessaria una ripartenza basata su un momento formale straordinario: una nuova Assemblea Costituente. Eletta per compiere, senza furie iconoclaste ma anche senza alcun tabù, una revisione organica dell’architettura istituzionale dello Stato, a cominciare dalla imprescindibile semplificazione delle troppe ed elefantiache strutture del decentramento amministrativo, e per portare il Paese – finalmente – ad una vera “Terza Repubblica”. Sono anni, infatti, che un numero crescente di italiani – ormai la grande maggioranza – manda con i mezzi che ha, quindi anche e soprattutto con l’astensione dal voto, messaggi alla classe politica dicendole che è ora di chiudere l’infinita stagione del bipolarismo muscolare e della transizione verso non si sa bene che cosa, che impropriamente abbiamo chiamato Seconda Repubblica. La politica finora è rimasta sorda di fronte a questi appelli, preferendo parlare con il linguaggio della reciproca delegittimazione alle sempre più esigue tifoserie, aiutata in questo da un sistema mediatico complice.

Ora, però, il punto di rottura è vicino. Sia perché il declino strutturale del Paese è tale da rendere inevitabile la presentazione del conto, sia perché il quadro geopolitico planetario, con la rottura del patto di solidarietà euro-atlantico voluta dagli Stati Uniti di Trump proprio mentre a nord-est e a sud dell’Europa bussano guerre rovinose, già in atto e potenziali, produrrà conseguenze devastanti, sia per le economie (crisi energetica) e per i sistemi finanziari (rischi di crack come nel 2008 e seguenti), sia per la tenuta delle opinioni pubbliche (il riarmo) e dei sistemi politici. Sta dunque per chiudersi la lunga stagione che Giuseppe De Rita ha chiamato “il ciclo della politica-pop”, dominato dai “leader singolari”, cioè figure sorprendenti, fuori dagli schemi, ma meteore, perché quando la politica è soltanto costruzione comunicativa, le leadership sono destinate ad esaurirsi rapidamente. Insomma, il mix pernicioso tra populismo, radicalismo, leaderismo e nuovismo è – sperabilmente – al trapasso. E paradossalmente potrebbe essere il suo interprete più rappresentativo, Donald Trump, a posarci sopra una bella pietra tombale, proprio in virtù del suo fallimentare estremismo. Di conseguenza potrebbe (dovrebbe) aprirsi una nuova fase della politica che De Rita definisce “ritorno alla normalità” e stima si manifesti “da qui al 2032”.

E di cosa c’è più bisogno per favorire l’avvio e il consolidamento di questa nuova epoca se non di riscrivere le comuni regole del gioco e ridisegnare l’architettura dello Stato, centrale e periferico, e di farlo nella sede più alta e appropriata di un’assemblea appositamente convocata? La quale, grazie al mandato popolare e l’alto valore anche simbolico che avrebbe la sua convocazione 78 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana (1 gennaio 1948), disporrebbe dell’autorevolezza e della coesione necessarie a modernizzare seriamente un assetto istituzionale che non risponde più alle attese ed alle esigenze di un Paese che deve riacquisire fiducia e tornare a investire sul futuro. L’Italia ha bisogno di una “grande svolta” per rifondare su nuove basi il sistema politico, per riscrivere in modo condiviso le regole comuni, per rinnovare profondamente la classe dirigente, per ritrovare la strada dello sviluppo economico, per riscoprire lo spirito fondativo della Repubblica.

Certo, l’Assemblea Costituente è quello più impegnativo dell’intera gamma di strumenti utilizzabili. Ma, da un lato, veniamo dal fallimento delle Bicamerali per non uscire dal recinto di Camera e Senato, e dall’altro gli esiti di diversi referendum sconsigliano le forzature a colpi di maggioranza, perché gli italiani – giustamente – non si fidano e puniscono la modalità prima ancora che il merito delle riforme costituzionali. Nello stesso tempo, è assurdo contestare l’intenzione – bollandola come sovversiva, reazionaria e fascista – di mettere mano alla Costituzione, in nome della sua presunta intangibilità. Dunque, l’Assemblea Costituente è senza dubbio lo strumento più efficace, più adeguato e il più evocativo della necessità del cambiamento, perché solo un luogo extra-parlamentare, cioè la cui composizione e i cui lavori siano sganciati dal Parlamento vigente e dall’iter dei suoi lavori, e che quindi non costringa nessuno all’abiura della propria militanza e che prescinda dalla distinzione tra maggioranza e opposizione, può funzionare. L’Assemblea dovrà essere dotata di poteri sia redigenti che deliberativi, i suoi componenti (un centinaio è il numero giusto) saranno eletti dai cittadini con una procedura elettorale proporzionale pura a collegio unico nazionale (vanno esclusi i parlamentari in carica e va lasciata una quota di saggi scelti dal Capo dello Stato), e le sarà assegnato un anno di tempo per concludere i lavori. Infine, lo spirito costituente indurrà l’esaurirsi della contrapposizione permanente come unica ragione del fare politica, premessa per mandare in pensione il bipolarismo armato e favorire la convergenza su basi post ideologiche dei partiti, inevitabilmente rinnovati nelle loro classi dirigenti.

Dopo le elezioni del 2022, Giorgia Meloni ha avuto la possibilità di alzare l’asticella rispetto ai suoi predecessori, promuovendo una legge costituzionale che convocasse un’Assemblea Costituente (o anche, volendo, che istituisse una Commissione Costituente, secondo le indicazioni di Marcello Pera, che pure la stessa Meloni aveva fatto eleggere nelle liste di FdI). E in quella sede decidere se è il presidenzialismo, e di quale tipo, che può assicurare al Paese una politica che sappia fare le riforme, o seppure, come io penso, lo sia un premierato alla tedesca, che non prevede elezione diretta del primo ministro, ma si affida alla sfiducia costruttiva e ad altre regole di sana governabilità. Invece, nell’illusione di avere ricevuto dagli italiani un mandato forte – cosa che non è, visto che il destra-centro rappresenta un quarto degli aventi diritto al voto, ed è peraltro fortemente diviso al suo interno – Meloni ha scelto la via parlamentare, abborracciando una proposta, il premierato, politicamente sbagliata e tecnicamente piena di lacune e contraddizioni. Tant’è che è stata abbandonata per strada, ripiegando su una legge elettorale nominalmente proporzionale ma in effetti iper-maggioritaria per via dell’assegnazione di un premio (sono in discussione la quantità di seggi e la soglia sopra la quale se ne avrebbe diritto, per evitare la probabile bocciatura della Corte Costituzionale) che assicuri la vittoria certa ad una delle coalizioni in gara. Ora, se è vero che l’Italia ha un disperato bisogno, insieme, di stabilità politica e di governabilità, è altrettanto vero che mentre la seconda assicura anche la prima, non è così viceversa. E la stabilità non si può imporre per legge, discende dalla qualità dei partiti e delle loro classi dirigenti, dal sistema politico che si adotta e dal buon funzionamento dell’attività legislativa. Mentre per rafforzare l’esecutivo basterebbero tre piccole modifiche costituzionali: trasformare il presidente del Consiglio in Cancelliere attribuendogli il potere di nomina e revoca dei ministri; introdurre la “sfiducia costruttiva” in modo che le Camere possano mandare a casa un governo solo quando ce n’è già un altro pronto; fissare un tempo di durata dei governi, fermo restando la scadenza anticipata (che però sarebbe mitigata dalla “sfiducia costruttiva”).

Ma non è difficile comprendere che si tratta di questioni su cui è bene evitare la contrapposizione, e cercare invece la convergenza. Condizione che in questo sistema politico non è possibile realizzare in Parlamento. Meloni, che ha il problema di come riempire di contenuti l’anno abbondante che ci separa dalla fine della legislatura per evitare che sia solo una infinta e sanguinosa campagna elettorale, avrebbe tutto l’interesse ad adottare l’idea della Costituente. Lo farà? Ne dubito fortemente. Così come non mi pare proprio che il campo largo, tra una Schlein landinizzata e un Conte impegnato a praticare un pacifismo funzionale a Putin, abbia non dico l’intelligenza politica, ma almeno l’astuzia per farne l’oggetto del suo programma (che non c’è). Non resta dunque che sperare che l’idea dell’Assemblea Costituente come “ricostituente” per guarire l’Italia malata, nasca dal basso, dalla società civile, dai corpi sociali intermedi, dagli intellettuali e da qualche media che si voglia sottrarre alla mediocrità dilagante. Io la lanciai, con tanto di proposta formalizzata, nel 2006, e la rilancio oggi, sperando di avere migliore fortuna. Chi vuole davvero bene alla Repubblica si attivi. Agli altri lasciamo volentieri la celebrazione dei suoi 80 anni, che fa fino e non impegna. Viva la Repubblica. (e.cisnetto@terzarepubblica.it)

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